L’arte di coltivare il caos: perché un Giardino Digitale
Ho smesso di scrivere post per qualche anno. Mi ero stancato dei soliti siti, delle solite strutture, di quel dover rincorrere il tempo.
L’amore per la scrittura è un vizio duro a morire. Scrivere, ho riscoperto, serve prima di tutto a me: è l’unico modo per mettere in fila i pensieri, per dare una forma al disordine.
La diagnosi
Credo di essere affetto da quella che chiamano Multipotenzialità. Lo scrivo con una certa riluttanza. Ho il forte sospetto che sia un termine coniato da qualche esperto di marketing in cerca di hype: suona bene, fa “figo”. Chi vive questa condizione non si sente speciale, anzi, si sente spesso smarrito. È la fatica di chi vorrebbe percorrere tutte le strade contemporaneamente, mentre il mondo ti chiede ossessivamente di sceglierne una sola.
Avevo bisogno di un abito su misura per questa mia irrequietezza, e finalmente penso di averlo trovato.
Non un fiume, ma un giardino
Cercando in rete, ho capito che non serviva un altro sito, ma un cambio di paradigma. Ho scelto il Digital Garden. Se il blog tradizionale è un fiume – un flusso cronologico di notizie che scorrono via e invecchiano in fretta – il giardino digitale è un luogo fisico, topologico.
È uno spazio dove il tempo non è una linea retta, ma un ciclo.
In questo mio giardino:
- Si coltiva, non si lancia: I contenuti non sono pietre scolpite, ma piante. Nascono come semi (appunti sparsi), diventano germogli e forse, un giorno, alberi robusti.
- Si mappa, non si elenca: Non troverete una cronologia tiranna. Qui conta la connessione tra le idee, il sentiero che porta da un pensiero all’altro, proprio come accade nella mia testa.
- Si impara in pubblico: Ho abbandonato la pretesa di perfezione. Questo è un laboratorio a porte aperte, dove l’errore è parte della concimazione.
Per chi non sa cosa fare da grande
Se anche voi sentite che nessuna definizione vi contiene del tutto, vi lascio una bussola. C’è un libro che descrive magistralmente questa sensazione, con un titolo che è già un manifesto: 📖 How to Be Everything: A Guide for Those Who (Still) Don’t Know What They Want to Be When They Grow Up (Link)
E per chi preferisce la voce scritta a quella letta, suggerisco l’ascolto del TED Talk di Emilie Wapnick. : “Why some of us don’t have one true calling”_. È un piccolo balsamo per chi si è sempre sentito “troppo” o “troppo poco”.
Entrate pure, fate attenzione a dove mettete i piedi; fate attenzione ai semi, e perdonate il disordine: qui si sta ancora lavorando.
C’è profumo di terra, di umidità, ci sono mani sporche e il silenzio ed il tempo di cui hanno bisogno in natura le cose belle per crescere.