Qualche giorno fa ero a un evento in cui si parlava di AI applicata all’industria:
- che impatto potrà avere sulle catene di montaggio, sulla produzione, sulla robotica?
Un evento interessante, durante il quale ho colto alcuni luoghi comuni che ho voluto provare a smontare. Così mi sono lanciato in un commento che sapevo sarebbe stato una bomba e che mi avrebbe attirato le ire di diverse persone: dobbiamo aver paura della AI ! Cosa che è regolarmente accaduta, tanto che il CEO della società che ci ospitava ha voluto intervenire personalmente per sottolineare che, secondo lui, l’unico in quella sala ad aver paura della AI potessi essere io (ovviamente senza conoscermi). In un primo momento (qualche ora, sono sagittario e non è che non sono permaloso) ci sono rimasto male poi, mentre rientravo in auto verso casa ho fatto delle riflessioni e sono giunto alla conclusione che forse aveva ragione lui:
Forse davvero in quella sala l’unico ad aver paura dell’a ‘AI ero io
ma nello stesso tempo questa riflessione mi fece ancora più paura della paura della AI :-) In quella sala c’erano manager ed imprenditori che possono fare la differenza nella guida di una transizione che di sicuro porta con sé diversi rischi.
Lo so, credo di essermi giocato un possibile cliente, ma non potevo provocare e nello stesso tempo dichiarare quanto usiamo la AI nelle mie società e nei progetti che sviluppiamo, altrimenti non avrebbe avuto lo stesso impatto.
Una riflessione sulla paura
Mi preme fare una riflessione sulla paura, per spiegare meglio la mia posizione e il mio intervento.
Amo la montagna fin da piccolo, in tutte le sue forme, e molto di ciò che sono oggi è frutto delle esperienze maturate proprio lì: arrampicate, ferrate, ghiacciai, notti passate in una truna ad occhi aperti, aspettando l’alba.

La paura, in montagna, esiste.
Esiste anche per i grandi arrampicatori e per i grandi alpinisti.
Non è assenza di emozione, ma un'emozione gestita e trasformata.
Sebbene possa sembrare paradossale, molti scalatori provano paura, persino dell’altezza. Questa paura viene gestita concentrandosi intensamente sulla tecnica, sul movimento, sulla respirazione.
Il mitico Walter Bonatti, in una Intervista Rai Bonatti 1962 dice che la paura è la molla biologica necessaria ad attivare i riflessi che servono per risolvere una situazione critica.
https://www.teche.rai.it/…/Incontro-con-Walter-Bonatti-D2129.mp4
Simone Moro, in un’intervista, racconta che per lui la paura è un indicatore di pericolo: qualcosa che impedisce al rischio di trasformarsi in panico e permette di mantenere la mente lucida e razionale.
Per Reinhold Messner la paura è l’unica cosa che ci tiene lontani dal delirio di onnipotenza
La gestione della paura
E’ proprio da qui che deriva il mio modo di concepire la paura, come qualcosa di positivo.
Per superare la paura del volo e del vuoto, i professionisti non cercano di eliminarla. Al contrario: la accettano, la rendono funzionale, imparano a viverla.
La paura viene trasformata in attenzione e consapevolezza.
- Il rischio calcolato, nelle situazioni difficili, può aumentare la concentrazione e trasformare la paura in un alleato.
- La paura diventa il motore che ti spinge a fare meglio. A studiare la via.
- La paura diventa il motore che ti spinge a prepararti a curare ogni dettaglio.
Il limite non scompare: diventa una risorsa.
Ecco perché dobbiamo avere paura dell’AI !
La velocità
È evidente che, in un tempo brevissimo, l’AI sconvolgerà il mondo del lavoro. Spariranno professioni e ne compariranno altre. (Anche se dalle prime analisi il conto sembra decisamente a svantaggio degli esseri umani)
Gli imprenditori e i manager presenti insistevano nel sottolineare i vantaggi dell’AI. Dicevano che dobbiamo preparare culturalmente gli operai e la forza lavoro ad accettarla. Che dobbiamo insegnare all’AI a svolgere quei lavori ripetitivi che l’essere umano non dovrebbe più fare. Che, quando l’AI e gli umanoidi avranno imparato a sostituirci in quelle attività, noi esseri umani potremo finalmente dedicarci a lavori a maggior valore aggiunto.
E soprattutto che, durante questa transizione, non dobbiamo avere paura.
Dobbiamo insegnare alle macchine ciò che ancora non sanno fare. Uno dopo l’altro, ciascuno con il proprio taglio, hanno raccontato come siano riusciti a far capire alle persone che non devono aver paura dell’AI. Che è nel loro interesse insegnare alle macchine.
Ed è qui che sono entrato a gamba tesa.
Ho sostenuto con forza che questa è la storiella che ci vogliamo raccontare, perche è piu bella così, ma che, in fondo, sappiamo molto bene che non funzionerà esattamente così.
Sappiamo che il numero di posti di lavoro che l’AI creerà potrebbe essere inferiore a quello dei posti che cancellerà. E sappiamo soprattutto che le competenze necessarie per ricoprire molti dei nuovi posti di lavoro non saranno automaticamente possedute dalle persone che perderanno il proprio.
Diciamocelo in faccia
(Non l’hanno presa molto bene) Ma diciamocelo in faccia:
Dobbiamo avere paura dell’AI !
Sì, Dobbiamo averne paura. Ma dobbiamo avere quella paura degli scalatori. La paura che diventa motore di trasformazione. Che ci spinge ad essere più attenti, a prepararci di più, a dedicare più attenzione, a prepararci di più, a studiare di più.
La paura che ci rende consapevoli del pericolo, perché di pericolo si tratta.
Non per eliminarlo. Non per fingere che non esista. Ma per trasformarlo. Per preapraci meglio. Per capire dove mettere le “mani” e dove mettere i “piedi”.
E poi, quando siamo pronti, ad affrontare la difficoltà e provare a raggiungere la vetta.
Per questo credo che, a certi livelli, occorra avere paura della AI. Dobbiamo guardare quella paura. Capirla. Usarla. E prepararci
Perché se affronteremo l’AI senza paura, questa ci ucciderà.