L’ordinaria follia del 1833

È un estratto dal “Capitale” di Marx che analizza l’Atto sulle fabbriche del 1833 in Inghilterra.

Spesso oggi ci lamentiamo dei nostri sistemi o di quanto sia difficile gestire i flussi di lavoro, ma guardare a queste righe serve a rimettere i piedi per terra e a capire quanto sangue e quanta fatica ci sono dietro la parola “normale”.

“L’esistenza di una giornata lavorativa normale data per l’industria moderna soltanto dall’Atto sulle fabbriche del 1833 […] La legge dichiara che la giornata lavorativa ordinaria di fabbrica deve cominciare alle cinque e mezzo di mattina e deve finire alle otto e mezza di sera. Entro tale periodo di quindici ore, dev’essere considerato legale far lavorare adolescenti (dai tredici ai diciotto anni) in qualsiasi momento, a patto che non superino le dodici ore giornaliere […] Fu proibito di far lavorare fanciulli al disotto dei nove anni, mentre dai nove ai tredici anni il lavoro venne limitato a otto ore al giorno.”

Alcune considerazioni:

  • Il limite della dignità: Quella che nel 1833 veniva chiamata “giornata normale” prevedeva una finestra legale di 15 ore.
  • Il valore del tempo: Oggi lottiamo contro il bombardamento mediatico e la disattenzione, ma qui parliamo di pura sopravvivenza fisica all’interno di un ingranaggio industriale che non faceva sconti a nessuno.
  • Evoluzione dei processi: Studiare la storia della legislazione nelle fabbriche non è una pippa teorica: è capire come si è passati dalla forza bruta alla progettazione di strumenti più umani.

È una nota atomica che mi serve per non dimenticare che ogni processo, prima di essere codice o automazione, è fatto di persone e di tempo.